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Il belgio fatica a imporsi nel calcio moderno
Il recente pareggio contro l’Iran, seguito da quello con l’Egitto, lancia un messaggio inequivocabile: il mero talento non è sufficiente per essere una squadra vincente a certi livelli.
Le espressioni dei giocatori belgi al fischio finale contro l’Iran riflettevano incredulità, frustrazione e fastidio.
Non si percepiva rabbia agonistica, né la sensazione di aver perso una vittoria per sfortuna.
Sembrava piuttosto l’ennesimo capitolo di una storia decennale per la nazionale, percepita come una grande del calcio mondiale senza riuscire a concretizzarlo pienamente.
Il Belgio calcio rudi garcia attraversa un periodo di sospensione, una condizione di “vorrei ma non posso”, o forse “vorrei ma non ci riesco”.
Sulla carta, la squadra di Rudi Garcia vanta ancora nomi di prestigio e viene costantemente inclusa tra le favorite dei grandi tornei, ma fatica a trasformare il proprio potenziale in superiorità tangibile sul campo.
Controllo sterile e avversari organizzati
Anche contro l’Iran, il copione si è ripetuto.
Il Belgio ha dominato il possesso palla, gestito il gioco e occupato stabilmente la metà campo avversaria.
Tuttavia, il controllo del palleggio non si traduce automaticamente in dominio della partita.
La squadra di Rudi Garcia si è scontrata con un avversario organizzato, disciplinato e pienamente consapevole dei propri limiti e delle proprie forze.
L’Iran, tutt’altro che passivo, ha dimostrato di saper colpire negli spazi aperti.
Kanadi e, soprattutto, Taremi hanno creato seri problemi alla difesa belga, costringendo Courtois a interventi di altissimo livello.
Se il Belgio ha evitato una sconfitta clamorosa, gran parte del merito va al suo portiere, ancora una volta tra i migliori in campo.
La generazione d’oro e il ricambio generazionale
Questa partita è un’istantanea perfetta del momento che sta vivendo la nazionale belga.
Gli anni passano per tutti, anche per una generazione a lungo definita “dorata”.
Certo, De Bruyne e Lukaku rimangono giocatori di altissimo valore, ma non possiedono più la brillantezza atletica e la capacità di trascinare la squadra che avevano nel pieno della loro carriera.
Inoltre, il ricambio generazionale non sta producendo i frutti sperati.
Il caso di Doku, pur assente contro l’Iran, è emblematico: nel Manchester City è un’arma devastante, capace di rompere gli equilibri con accelerazioni e dribbling.
In nazionale, invece, appare spesso ingabbiato, meno incisivo e meno coinvolto nelle zone del campo dove potrebbe fare la differenza.
Lo stesso vale per Leandro Trossard.
Nell’Arsenal è diventato uno dei migliori creatori di occasioni di Mikel Arteta, grazie alla sua capacità di muoversi tra le linee e di inserirsi negli spazi.
Nel Belgio, invece, sembra ridotto a una versione monodimensionale, quasi solo di palleggio.
Molti dei suoi compagni, pur talentuosi, faticano a esprimere una reale sensazione di forza e qualità.
Le responsabilità dell’allenatore e le soluzioni mancate
Quando una situazione simile coinvolge più giocatori contemporaneamente, è inevitabile che una parte delle responsabilità ricada sull’allenatore.
Rudi Garcia non è ancora riuscito a trovare una struttura offensiva che valorizzi appieno il materiale tecnico a sua disposizione.
Il caso di Charles De Ketelaere è significativo: dopo la prestazione negativa contro l’Egitto, l’attaccante dell’Atalanta non è nemmeno entrato contro l’Iran.
Nonostante sia uno dei giocatori più creativi del gruppo, Garcia non è riuscito a individuargli un ruolo definitivo, né come trequartista, né come mezzala offensiva, né come elemento di raccordo tra centrocampo e attacco.
Un calcio scolastico e prevedibile
La sensazione generale è che il Belgio sia una squadra eccessivamente scolastica e quindi poco emozionante, ancorata a un calcio fortemente posizionale, dove ogni giocatore occupa una zona precisa e i meccanismi sono rigidamente codificati.
Un approccio che può garantire controllo, ma che rischia di diventare prevedibile contro difese moderne e ben schierate.
Nel 2026, le squadre sono sempre più organizzate, preparate e strutturate nella fase senza palla.
In fase di non possesso, le linee si muovono con sincronismi quasi perfetti, gli spazi vengono chiusi rapidamente e il semplice giro palla non basta più per creare occasioni.
Servono connessioni, relazioni, scambi continui di posizione, movimenti coordinati capaci di generare equivoci negli avversari.
Difficoltà nel creare occasioni e fragilità difensiva
È proprio qui che il Belgio sembra mostrare il suo limite principale.
La squadra muove il pallone, ma raramente riesce a muovere davvero gli avversari.
Di conseguenza, il possesso diventa sterile e il predominio territoriale si trasforma in una lunga serie di attacchi facilmente leggibili.
Non è un caso che le stesse difficoltà siano emerse durante le qualificazioni mondiali e nella gara inaugurale contro l’Egitto.
Cambiano gli avversari, ma il problema rimane sostanzialmente identico: la squadra di Garcia crea poche occasioni realmente pulite e trasmette una costante sensazione di fragilità nelle transizioni difensive.
Ci sono, naturalmente, anche attenuanti.
L’espulsione di Ngoy per il fallo su Taremi ha inevitabilmente complicato la gestione della partita nel finale.
Allo stesso modo, sarebbe ingeneroso non riconoscere la straordinaria prestazione di Beiranvand, probabilmente il migliore in campo tra gli iraniani grazie a una serie di interventi decisivi.
Ma se il giocatore più pericoloso dei Diavoli Rossi è stato il terzino sinistro Maxim De Cuyper, quello che ha sparigliato le carte con inserimenti senza palla e corse da dietro, porsi qualche domanda diventa inevitabile.
E forse, per Rudi Garcia, non si tratta più di un singolo problema da risolvere, ma di una serie di difficoltà diffuse che iniziano a delineare un quadro molto più complesso.
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