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Il calcio giapponese cresce: un progetto per vincere i mondiali
Il calcio giapponese cresce mondiali, e lo fa in un modo metodico e pianificato, frutto di un impegno pluriennale della Federazione e dei club.
Le tifoserie nipponiche arrivano allo stadio con tamburi, bandiere e cori organizzati, creando un’atmosfera di grande tensione, tipica delle occasioni importanti.
Sugli spalti si mescolano adulti e bambini, con 50mila persone riunite in un momento di comunità.
Le telecamere si preparano, la tribuna stampa si affolla, e tutti gli elementi contribuiscono alla solennità di una partita di calcio.
Poi, in campo, 22 adolescenti si contendono il torneo nazionale delle scuole superiori giapponesi. È qui che molti giocatori diventano riconoscibili a livello nazionale prima ancora di firmare un contratto professionistico.
Nomi come Daizen Maeda, Daichi Kamada e Reo Hatate sono tutti passati da questo percorso formativo.
Il successo del calcio giovanile in giappone
Quando si guardava la serie animata Captain Tsubasa, molti dettagli sembravano inverosimili: campi enormi, rovesciate in aria, portieri supereroi e tribune gremite per una semifinale scolastica giocata da ragazzi di diciassette anni.
Eppure, erano una riproduzione fedele della realtà.
Il calcio giovanile in Giappone è profondamente diverso da quello occidentale: il torneo nazionale delle scuole superiori riempie gli stadi, viene trasmesso in televisione in tutto il Paese ed è uno degli eventi sportivi liceali più seguiti al mondo.
Questo dettaglio spiega in gran parte la crescita del movimento calcistico in Giappone, una traiettoria che è il risultato di un processo lungo, pianificato e quasi metodico.
Si tratta di una costruzione culturale prima ancora che sportiva.
La nazionale giapponese e il “project DNA”
Oggi il Giappone si è affermato come una delle Nazionali più moderne e stabili nel panorama calcistico globale.
Ai Mondiali del 2022, la squadra ha battuto Germania e Spagna, dominando un girone considerato tra i più difficili del torneo. È stata la prima rappresentativa non ospitante a qualificarsi per il Mondiale del 2026.
Hajime Moriyasu, il commissario tecnico, può attingere a un vasto bacino di giocatori che militano nei campionati europei, e ormai non è più una sorpresa vedere un calciatore giapponese protagonista in Premier League, Bundesliga o Champions League.
Il calcio nipponico si è sviluppato come una grande infrastruttura nazionale, senza rivoluzioni o la dipendenza da un fuoriclasse generazionale. È stato un processo coerente e graduale.
Dieci anni fa, la Federazione giapponese ha lanciato il “Project DNA”, un programma di sviluppo a lunghissimo termine, con l’ambizioso obiettivo di vincere la Coppa del Mondo entro il 2092.
Questo percorso è stato concepito per il futuro, creando una filiera permanente di talento, competenze e cultura calcistica.
Per questo motivo, la J-League non ha investito solo nei giocatori, ma ha anche lavorato sulle accademie, sulla formazione degli allenatori, sulle infrastrutture, sui diritti televisivi, sulla partecipazione dei tifosi e persino sulla formazione manageriale dei dirigenti.
Dalla prossima stagione, il campionato giapponese adotterà un calendario allineato a quello europeo, facilitando i trasferimenti verso l’estero e sincronizzando il sistema nipponico con il resto del calcio globale.
L’influenza europea e l’adattamento strategico
L’Europa rimane l’epicentro calcistico mondiale, e per questo il Giappone ha deciso di assimilare da qui strumenti e metodi di lavoro.
I dirigenti della J-League hanno studiato il West Ham, considerato un modello per la valorizzazione delle caratteristiche individuali dei giovani calciatori.
Terry Westley, storico responsabile del settore giovanile degli “Hammers”, è diventato una figura chiave nello sviluppo tecnico del calcio giapponese.
Con l’expertise europea, la Federazione di Tokyo ha voluto risolvere un problema specifico: ottenere maggiore elasticità nei metodi di allenamento, permettendo al talento di fiorire in tutte le sue forme possibili, attraverso percorsi differenti.
Anche per questo, i giocatori giapponesi contemporanei appaiono molto diversi rispetto al passato: più creativi, più aggressivi e più adatti al calcio europeo.
Il Belgio, con il Sint-Truiden – acquisito da una proprietà giapponese nel 2017 – è diventato una porta d’ingresso verso il calcio europeo.
Da qui sono passati giocatori come Wataru Endo, Daichi Kamada, Zion Suzuki e Takehiro Tomiyasu.
Per molti giovani giapponesi, il Sint-Truiden rappresenta il luogo ideale per affrontare il primo impatto con il calcio occidentale, in un contesto abbastanza competitivo da accelerare la crescita, ma anche sufficientemente protetto da non bruciare il talento al primo contatto con un nuovo ecosistema calcistico.
Le ragioni del successo e la nuova identità del calcio giapponese
Esiste una serie di ragioni economiche dietro l’interesse crescente dei club europei per i giocatori giapponesi.
Innanzitutto, un costo di mercato relativamente basso, che unito alla loro elevata preparazione tecnica e alle solide conoscenze tattiche, crea ottime opportunità di mercato.
Ma non è solo questo.
Il calcio contemporaneo richiede sempre più le qualità tipiche del calcio giapponese: intensità organizzata, pressing intelligente, occupazione razionale degli spazi e velocità decisionale.
Per anni, il Giappone è stato descritto come una Nazionale disciplinata e ingenua, elegante e fragile.
Oggi, è una squadra aggressiva, sofisticata e moderna, che vuole dominare il campo e l’avversario.
Il calcio giapponese è diventato globale senza perdere la sua identità. È un calcio “fusion”, che ha saputo adottare uno stampo europeo, scolpirlo secondo le proprie necessità, rielaborarlo e adattarlo alla propria cultura.
Ai Mondiali americani non ci sarà Tsubasa Ozora con salti acrobatici, ma una squadra compatta e quadrata, dotata di tutte le armi per affrontare un torneo di altissimo livello.
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