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Google e l’Università della California di San Diego (UC San Diego) stanno collaborando a un progetto che mira a dare una seconda vita agli smartphone dismessi, trasformandoli in una piattaforma di calcolo per attività accademiche e di ricerca.
Questa iniziativa, denominata “Phone Cluster Computing”, prevede la creazione di un datacenter composto da circa 2.000 smartphone Pixel ritirati dal mercato o non più utilizzati, dimostrando come gli smartphone dismessi diventano server.
Riciclo tecnologico per un futuro sostenibile
L’idea nasce dalla necessità di affrontare una delle principali criticità ambientali del settore tecnologico: le emissioni legate alla produzione dell’hardware, il cosiddetto “carbonio incorporato”.
Se l’industria si è concentrata sulla riduzione dei consumi energetici dei datacenter e sull’uso di fonti rinnovabili, la produzione di nuovi dispositivi continua a rappresentare una quota significativa dell’impatto ambientale complessivo.
Il potenziale degli smartphone usati
Secondo i ricercatori, gli smartphone sostituiti dagli utenti ogni pochi anni conservano spesso gran parte delle proprie capacità di elaborazione.
Pur essendo considerati obsoleti per l’uso quotidiano, integrano ancora processori, memoria e storage sufficienti per numerosi carichi di lavoro.
Riutilizzarli permetterebbe quindi di evitare la produzione di nuovo hardware e di estendere il ciclo di vita dei componenti esistenti, contribuendo alla sostenibilità tecnologica.
Prestazioni sorprendenti e adattamenti hardware
Uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio riguarda le prestazioni.
I test effettuati con la suite SPEC mostrano come i core ad alte prestazioni di uno smartphone moderno del 2023, come il Pixel Fold, possano offrire prestazioni single-thread comparabili o superiori a quelle dei core presenti in alcuni server enterprise attuali.
Sebbene la potenza complessiva di un server sia superiore grazie a un numero maggiore di core e grandi quantità di memoria, questo dato evidenzia come l’hardware mobile mantenga capacità computazionali rilevanti anche dopo diversi anni di utilizzo.
Modifiche per l’uso in datacenter
Per adattare gli smartphone all’impiego in un ambiente datacenter, i ricercatori rimuovono tutti i componenti non necessari, inclusi display, batterie, fotocamere, altoparlanti e chassis.
Viene mantenuta solo la scheda madre, che ospita il System-on-Chip e rappresenta la componente responsabile della quota più elevata delle emissioni associate alla produzione del dispositivo.
Il sistema operativo Android viene sostituito con una distribuzione Linux generica, più adatta all’esecuzione di applicazioni server e all’orchestrazione dei carichi di lavoro.
Questa modifica elimina numerosi servizi consumer superflui in un contesto cloud.
Architettura e applicazioni: il “phone cluster computing”
Per coordinare il funzionamento simultaneo di decine o centinaia di smartphone, il progetto utilizza Kubernetes e applicazioni containerizzate.
I dispositivi vengono organizzati in cluster autonomi composti generalmente da 25-50 telefoni, una configurazione che, secondo i benchmark, può offrire una capacità di elaborazione paragonabile a quella di un moderno processore server dual-socket.
Supporto alla ricerca e didattica universitaria
La destinazione principale della piattaforma sarà il supporto alle attività universitarie.
Molte applicazioni didattiche e di ricerca richiedono risorse relativamente contenute e vengono oggi eseguite su piccole istanze cloud.
I test preliminari indicano che un cluster di circa 20 smartphone è in grado di sostenere i picchi di richieste provenienti da corsi con oltre 75 studenti, mantenendo tempi di risposta competitivi rispetto alle soluzioni cloud tradizionali.
L’obiettivo finale è realizzare un’infrastruttura composta da 2.000 dispositivi, capace di supportare contemporaneamente circa un centinaio di corsi universitari.
Il progetto fungerà anche da banco di prova per valutare l’affidabilità dell’hardware consumer sottoposto a carichi continuativi tipici dei datacenter.
I ricercatori prevedono di completare la messa in funzione del sistema nel corso dell’autunno 2026.
Questo progetto si inserisce in un filone di ricerca già avviato negli ultimi anni, che ha sperimentato il riutilizzo di smartphone dismessi come mini-datacenter o piattaforme di monitoraggio ambientale.
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