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Storaro premiato ai David: luce, Caravaggio e nuovo film

Vittorio Storaro, celebre direttore della fotografia, ha ricevuto il premio David di Donatello riconoscendo il suo lungo percorso nel cinema. In un’intervista ha spiegato che questo riconoscimento italiano ha un valore particolarmente intimo, arrivato dopo una carriera punteggiata da tre Oscar per film come Apocalypse Now, Reds e L’Ultimo Imperatore.

Storaro ha ricordato i suoi inizi a Cinecittà, dove ha mosso i primi passi e ha collaborato a opere fondamentali quali Il Conformista di Bernardo Bertolucci. Ha sottolineato che ogni progetto realizzato negli studi, da Ladyhawke fino a L’Ultimo Imperatore, ha rappresentato una tappa nella sua ricerca sulla luce come strumento espressivo.

Nato nel 1940 a Roma, figlio di un proiezionista della Lux Film, Storaro ha iniziato a studiare fotografia a undici anni presso l’Istituto Tecnico Duca d’Aosta e successivamente al Centro Sperimentale di Cinematografia. Dopo anni di formazione, ha sentito la necessità di approfondire ulteriormente il rapporto tra luce e ombra. Questo approfondimento è nato durante una visita alla Chiesa di San Luigi dei Francesi, dove ha incontrato le opere di Caravaggio. Quel momento è stato per lui una rivelazione: ha compreso che la luce non serve solo a illuminare, ma a raccontare emozioni, tempo e significati profondi di una scena.

Il premio arriva nell’anno del cinquantesimo anniversario di Novecento, film che per Storaro è stato un viaggio unico attraverso la storia e le stagioni della natura, grazie alla volontà di Bertolucci di seguire il ritmo delle quattro stagioni nelle riprese.

Guardando al futuro, Storaro sta sviluppando due progetti molto diversi tra loro ma uniti dalla ricerca sul senso dell’immagine e della luce. Il primo è un docufilm intitolato semplicemente Storaro, prodotto da StoraroArt insieme ai suoi figli e da Piano B Produzioni, già noto per aver realizzato Ennio diretto da Giuseppe Tornatore. Il secondo progetto è Il meraviglioso viaggio del piccolo Messia, nato da un’immagine dell’Annunciazione che lo ha colpito da bambino. Storaro ha raccontato di aver lavorato a lungo su una sceneggiatura che poi è diventata un romanzo, ma il suo desiderio rimane quello di portarla sullo schermo come direttore della fotografia, circondato dalle eccellenze italiane.

Per quanto riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale nel cinema, Storaro vede le trasformazioni tecnologiche come opportunità di conoscenza piuttosto che come minacce. Ha citato il passaggio dalla pellicola al digitale, vissuto con Woody Allen per il film Cafè Society, come un momento importante che gli ha insegnato a studiare, comprendere e utilizzare al meglio ogni innovazione, senza seguirla passivamente.

Il regista conclude sottolineando l’importanza di continuare a esplorare la luce come linguaggio universale, capace di connettere arte, storia e nuove tecnologie.

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