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Mondiale di calcio 2026: il più politico tra tensioni, iran e falkland

Il Mondiale di calcio 2026, purtroppo, si è distinto come il più politico della storia, un vero e proprio specchio delle tensioni globali.

Nonostante gli sforzi della FIFA per mantenere lo sport separato dalla politica, la realtà ha prepotentemente fatto il suo ingresso negli stadi.

Tra controversie internazionali, come le vicende legate all’Iran e alle Isole Falkland, e le decisioni politiche che hanno influenzato l’organizzazione e la partecipazione, il torneo ha offerto ben più di semplici partite di calcio.

La politica entra in campo: tra guerre e proteste negli stadi

L’edizione 2026 del Mondiale di calcio ha evidenziato come gli eventi geopolitici possano influenzare profondamente una manifestazione sportiva globale.

La “finalissima” in Qatar e la successiva ripresa al MetLife Stadium, alla presenza di figure politiche controverse come l’ex presidente americano Donald Trump, hanno segnato un torneo in cui l’aggressore ha ospitato le partite dell’aggredito.

Paesi come Qatar, Giordania, Arabia Saudita e Iraq, tutti colpiti da conflitti recenti, hanno partecipato a un evento che ha visto la vittoria della Spagna, nazione critica verso le politiche belligeranti.

Un’eco di moti studenteschi e proteste civili

Questa permeazione della politica nello sport ricorda altre manifestazioni storiche, come le Olimpiadi di Città del Messico del 1968.

In quell’anno, i moti studenteschi, l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e le proteste americane contro la guerra del Vietnam crearono un contesto di forte tensione.

La celebre foto degli atleti Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos sul podio dei 200 metri, con il loro gesto di protesta, è ancora oggi un simbolo di come lo sport possa essere un veicolo per il dissenso politico, costando loro la carriera.

La FIFA e il tentativo fallito di neutralità

La FIFA ha cercato in ogni modo di isolare lo spettacolo sportivo dalle influenze politiche.

Tuttavia, i suoi tentativi si sono rivelati inefficaci.

L’obbligo imposto ad Haiti di modificare la propria maglia, che raffigurava la battaglia di Vertières, è un esempio di come le autorità calcistiche abbiano provato a controllare i simboli, ma senza successo nel contenere le manifestazioni politiche più ampie.

Momenti simbolici e dichiarazioni forti

Molti sono stati gli episodi che hanno rotto il muro della neutralità.

Dal ballerino Lukaku che celebra con la “Trump dance” alla vittoria del Belgio, fino alle immagini del CT egiziano Hossam Hassan che, dopo aver raggiunto gli ottavi di finale, sventola la bandiera palestinese e denuncia la mancanza di compassione per il popolo palestinese in conferenza stampa.

Questi gesti, insieme alle polemiche generate dallo striscione sulle “Malvinas argentine” esposto dai giocatori dell’Albiceleste, dimostrano come i governi e gli atleti stessi abbiano trovato il modo di far sentire la propria voce.

Tra visti negati e tifosi esclusi: un mondiale “inclusivo” a metà

Il Mondiale 2026, promosso come un evento di inclusione, ha mostrato anche il suo lato più restrittivo.

Le relazioni tese tra i paesi ospitanti (USA, Messico, Canada) hanno creato un clima di difficoltà per molte delegazioni e tifosi.

Gli iraniani, ad esempio, hanno giocato negli Stati Uniti ma hanno dovuto fare base in Messico, con diversi membri della delegazione ai quali sono stati negati i visti.

Le difficoltà di accesso per delegazioni e tifosi

Non solo le squadre, ma anche i tifosi hanno incontrato ostacoli.

Molti sostenitori provenienti da Haiti, Iran, Costa d’Avorio e Senegal sono stati respinti alle frontiere, e cauzioni tra 5 e 15mila dollari sono state imposte a cittadini di 50 paesi, di cui trenta africani.

Anche figure come l’arbitro somalo Omar Artan e il tifoso-statua congolese Lumumba Vea sono stati esclusi dagli Stati Uniti, nonostante avessero ottenuto l’accesso in Messico.

Questi eventi hanno messo in discussione la reale inclusività del torneo, dimostrando come le barriere politiche e burocratiche possano limitare la partecipazione a un evento che dovrebbe unire.

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